4/25/2006

 

Adittivi in enologia, poca chiarezza?

Come spesso succede, con i suoi caratteristici toni da franco tiratore, Franco Ziliani ci pone all'attenzione un tema scottante (qui), quello degli adittivi usati in enologia (reg. UE ).
Come sempre, per non fare di ogni erba un fascio, e non cadere in eccessi populistici, secondo me bisogna distinguere fra chi froda e chi segue la legge. E' vero che gli adittivi ammessi sono moltissimi e anche molto usati, e non esiste obbligo di menzione in etichetta, tranne che "contiene solfiti" recentissimamente introdotto per legge. E' vero che, se si usano, è perché si pensa che aggiungano qualità ad un certo prodotto. E' vero però anche che far passare l'idea che si possa far divenire un "brocco" un "purosangue" solo con la tecnica e la chimica non è giusto, sopratutto NON E' VERO, come sa bene chi lavora con il vino.
E' però vero che la questione non è secondaria, la gente può essere indotta a pensare che un vino non contenga nessun adittivo (vedi questione solfiti, dove la maggior parte dei consumatori è caduita dalle nuvole forse non sapendo che essi sono alla base dell'enolgia, non solo quella moderna), mentre invece li ha. Oppure il contrario.

Allora qual'e' la soluzione per uscire da questo probolema e da questa ipocrisia? Mi duole dirlo, ero contrario ed invece ancora una volta aveva ragione Antonio Tombolini, la soluzione è mettere in etichetta quello che si usa. Questo permetterà al consumatore di vedere la quantità di roba presente in moltissimi vini e poter decidere se acquistarli o meno, e scoraggerà certe anime belle ad astenersi dalla demagogia del vino del contadino e dal raccontare qualche balla!

Si farà? Io penso di no, perché troppo dirompente dare l'informazione, forse troppo imbarazzante. E poi, ovvio, dovrebbe essere una legislazione non solo italiana, nemmeno europea, ma mondiale per non creare false illusioni sui vini che non contenessero le informazioni, come è successo qualche volta per i solfiti, nelle more dell'entrata a regime della norma che ne riporta l'obbligatorietà in etichetta.

Dirò di più, e questo magari interessa marginalmente il consumatore, la messa in etichetta di certi adittivi porterebbe forse a scoraggioare l'uso di quelli meno indispensabili, e forse tutto sommato inutili, come si potrebbe riscontrare nella realtà, facendo risparmiare anche qualche soldino alla categoria...

4/23/2006

 

Promozione? No, protezione please.

Dal corriere vitinicolo:
è intervenuta allo scorso Vinitaly la responsabile del settore vino della UE. Intervistata ha affermato che i fondi destinati al vino dalla UE non sono a rischio. Si tratta di riposizionarli un po meglio: del MILIARDO di euro attualmente stanziato, circa la metà va al sostegno alla DISTILLAZIONE (smaltimento di produzioni non vendibili, autogenerate dall'esistenza di tale sussidio) e solo 15 MILIONI vanno alla promozione.
C'e' bisogno di aggiungere altro?

4/22/2006

 

Ricarichi alti sul vino? Allora imponiamo i prezzi!

Fantastico paese l'Italia. In quale altro paese occidentale potrebbe avere diritto di cittadinanza una proposta come quella avanzata da Mauro Marconcini, presidente della Federazione strade del vino, dell'olio e dei sapori della Toscana.
Questo signore, che dovrebbe essere uno dei promotori dello sviluppo enogastronomico di una regione che dell'enogastronomia fa uno dei punti di forza, viste le polemiche sugli eccessivi ricarichi del vino nella ristorazione, ha annunciato che chiederà al Ministro dell'Agricoltura di fissare per legge un tetto massimo ai ricarichi del vino in bicchiere e in bottiglia.
Ma dico siamo impazziti? Prezzi imposti per legge, e poi cos'altro, piani quinquennali, tessere annonarie?
Sicuramente l'interessato fara presto marcia indietro - era una provocazione, sono stato male interpretato dalla stampa, ecc, - conosciamo lo stile. Ma resta inquietante vedere come la promozione del vino sia anche in mano a persone con una idea del mercato annichilente!
Invece di promuovere, innovare, proporre per fare mercato, qui si pensa solo a difendersi dal libero mercato. Ovvio che quando una cosa non si conosce, si evita (con buona pace del mondo intero che seppellirà queste "idee" con una valanga di risate!

4/20/2006

 

Perché la (ideologia) biodinamica non mi convince

Perché non mi convince la biodinamica:
- l'approccio è ideologico, si tende a spaccare il mondo tra vini "buoni" vs vini "cattivi"
- l'atmosfera di esoterismo (corno-letame interrato, e varie)
- snobismo (esiste, ammettiamolo). Il sentirsi un po superiori agli altri, un po depositari della verità (enoica, pur sempre di vino si parla, o no?).
-spesso il voler far passare come vini "interessanti" vini che sono semplicemente cattivi.
- il fare marketing spinto cercando di far passare l'idea che invece non gliene importa nulla del commerciale.

disclaimer: i miei sono assolutamente PREGIUDIZI. O forse meglio sensazioni a pelle, viziate dalla non conoscenza approfondita della materia, ma assolutamente spontanei e quindi onesti e derivati da quanto suddetto.
Ed è un peccato perché sono sicuro che in fondo ci può essere molto buon senso, ma le sensazioni che arrivano, almeno per me, sono di diffidenza. Peccato.

 

Una certa idea dell'agricoltura

La sensazione è che il settore sia perdente per definizione, per autoaccettazione del declino.
Il male assoluto che avvelena l'agricoltura si chiama PAC, politica agricola comune. Assorbe il 40 % del bilancio UE e in pratica serve a sovvenzionare le produzioni agricole, sia come miglioramento dlle condizioni di vita rurali, sia, e qui c'e' il cancro, come sostegno ai prezzi.
E' pur vero che senza sostegno ai prezzi molti agricoltori sarebbero spariti, che si sarebbero create situazioni di crisi più o meno lunghe, ma la sovvenzione ha fatto sì che si siano potute trattenere nel mercato aziende completamente inutili, arcaiche, senza alcun legame con la realtà del mercato che è quella di fare un prodotto che serve, farlo meglio degli altri, e se possibile (ma neanche sempre necessario) a prezzi contenuti.
Prendete il settore vino, che è quello che conosco meglio. Qui la logica è: facciamo di tutto per contenere le produzioni e così i prezzi del prodotto saranno sostenuti. Peccato che poi al tempo stesso ogni qualvolta che ci sono eccedenze si danno delle sovvenzioni per la distillazione di crisi. Quindi produrre di più cose che non si possono vendere diventa per qualcuno conveniente.
E se si togliessero le sovvenzioni e anche gli aiuti?
Troppo semplice, o no?

4/17/2006

 
Leggevo su Aristide a proposito del Vinitaly e delle varie iniziative più o meno estemporanee che normalmente vengono presentate al Vinitaly. Una di esse è rappresentata dall'ingresso di nuove tecnologie in agricoltura, che vede Telecom come partner tecnico, con un uso intensivo di trasmissioni di dati a banda larga.
Tutto bene (anche se col solito ritardo rispetto, per es., agli USA), tranne che non mi risulta che la tecnologia a banda larga sia diffusa nelle campagne.
Noi per es. stiamo ancora, e sospetto per molto tempo, fermi al doppino. Figurarsi che la Telecom ha risposto recentemente ad una mia domanda di 6 - 7 anni fa offrendomi...l'ISDN!!! Della serie: tanto quelli sono in campagna, diamogli gli scarti!
Può darsi che fra 10 anni, quando il mondo viaggerà a velocità di 10 Giga al secondo, ci offriranno l'ADSL.
Digital divide? Oh yes.
Campagna al centro del dibattito? Solo se serve ai fini elettorali o di immagine (il vino ambasciatore del made in Italy e tutte quelle balle lì). Fatti = 0

4/13/2006

 


Eccomi qui, davanti al primo ristorante Tex-Maremma della Grande Mela.

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